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GIULIO ROMA (1644-1645)   versione testuale

Nacque a Milano nel 1584, discendente dalla nobile famiglia romana degli Orsini. Compì i suoi studi a Pavia e a Perugia. Uomo di carattere austero, e poco socievole ma disposto a compromessi. Fu Avvocato Concistoriale e Referendario di Signatura per la sua esperienza in materie giuridiche. Introdotto ad una udienza di Paolo V (1605-21) fu da questi interrogato circa gli studi fatti e la famiglia. Egli rispose con modestia, dicendo che la sua famiglia si componeva di 16 fratelli e del padre, Paolo Camillo. Il Papa restò bene impressionato anche per i nomi del padre e lo esortò a fermarsi a Roma. Fece presente che le sue condizioni economiche non gli permettevano di trasferirsi a Roma, anche perché era già alla corte di Federico Borromeo. Il Papa lo incaricò di dire al padre che aveva piacere che Giulio si trasferisse a Roma. Il padre lo rimandò subito a Roma e Paolo V lo annoverò tra gli Avvocati Concistoriali ed il caso lo portò ad interessarsi della causa di canonizzazione del defunto Carlo Borromeo. Portò molto lodevolmente a termine l'opera, tanto che il Papa lo nominò avvocato della sua casa Borghese, Referendario di Segnatura e governatore di Iesi, Camerino e Perugia. Nel 1621 lo creò cardinale prete di S. Maria sopra Minerva. Il successore, Gregorio XV (1621-23) lo fece vescovo di Recanati e Loreto ed in queste due sedi operò molti e lodevoli cambiamenti e abbellimenti. Nel 1634 fu trasferito a Tivoli, ove fece demolire la cattedrale fatiscente e ne fece costruire una nuova, che fu finita nel 1641. Compose la vertenza tra gli Abati di Subiaco e i Barberini e procurò l'introito annuo di scudi 400 a favore della mensa vescovile da dover pagare all'Abbazia. Il mercoledì si asteneva dalla carne e il sabato digiunava. Nel 1644 ebbe la diocesi Tuscolana e l'anno seguente optò per quella di Porto. Divenuto cardinale decano del Sacro Collegio, passò nel 1652 a quella di Ostia e Velletri resasi vacante. Qui stette pochi mesi, in quanto il 16 settembre 1652 morì a Roma. Il Roma detestava l'avarizia e l'impudicizia. Riceveva le donne solo alla presenza di altri. Ad una donna che gli domandò di essere ricevuta rispose: "se è questione di spirito, vada dal confessore, se è questione temporale mandi suo marito". Si preoccupò sempre dei familiari. Fu di specchiata integrità di vita, devotissimo, sobrio e vigilava molto che il clero vivesse come il loro stato imponeva. L'Oldoino ne parla al volume dell'anno 1605
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